lunedì 11 marzo 2013

Gatti

A volte socchiudevamo gli occhi e ci guardavamo nelle pupille per qualche istante, come per dire "Non ho mai visto nulla di più bello nella mia vita".
Sapevamo entrambi di stare mentendo, ma non aveva importanza, l'importante era pensarlo e sapere che l'altro lo pensava.

lunedì 14 gennaio 2013

Believe Me, if All Those Endearing Young Charms



Bellissima versione di Lucy Wainright Roche, purtroppo introvabile al di fuori di questa scena.

"Si dice che dopo che la moglie di Thomas Moore contrasse il vaiolo, rifiutasse di lasciare che chiunque la vedesse, anche suo marito, a causa degli effetti sfiguranti della malattia sulla sua pelle e perchè credeva che lui non la potesse più amare dopo che il suo viso si era così fortemente riempito di cicatrici. Disperato per il suo confinamento, Moore compose il testo di questa canzone per rassicurarla del fatto che la avrebbe sempre amata, a dispetto del suo aspetto. Successivamente scrisse che dopo averlo sentito cantare da dietro alla porta della sua camera da letto, lei lo lasciò finalmente entrare e cadde tra le sue braccia, la sua fiducia rigenerata."
(La traduzione è mia, purtroppo l'inglese era alquanto arcaico ed ho fatto il meglio che ho potuto)

Credimi, se tutto quel fascino accattivante della gioventù
Che ammiro così orgogliosamente oggi
Dovesse cambiare domani e sparirmi tra le braccia
Svanendo come ali di fata
Tu saresti ancora adorata come sei adesso.
Lascia che la tua bellezza svanisca come deve
E attorno alle care rovine ogni desiderio del mio cuore
Si intreccerebbe ancora rigoglioso.
Non è mentre la bellezza e la gioventù sono tue
E le tue guance non sono profanate dalle lacrime
Che il fervore e la fede di un'anima possono essere conosciuti,
Alla quale il tempo farà tutto tranne renderti meno cara.
No, il cuore che ha davvero amato non dimentica mai,
Ma continua ad amare fino alla fine:
Come il girasole rivolge verso il suo Dio quando tramonta,
Lo stesso sguardo che gli ha dato quando è sorto.

mercoledì 26 settembre 2012

E che cazzo ne so, mica ho un titolo per tutto.


Una delle cose che ho imparato è che non bisogna mai avere rapporti con le persone quando non ci si sente a posto con se stessi.
“Non ci si sente mai a posto con se stessi, non lo sai?”.
Ma c’è sentirsi a posto e sentirsi a posto. Un conto è quella sensazione di prurito diffuso che chiunque ha addosso durante l’esistenza, quando ogni giorno si ritrova a vedere la celebrità di turno in televisione e si chiede perché non è al suo posto o cazzate così.
Un altro conto è quando stai in un periodo della tua vita in cui fai prima a contare le cose che stanno al loro posto che a contare quelle che stanno nel posto sbagliato.
E’ come provare a invitare una donna a cena a casa propria tenendo le mutande al posto dei piatti, i calzini sporchi al posto delle posate, i preservativi al posto dei tovaglioli e un bel rotolo di Scottex nel vaso dei fiori.
Insomma, non può andare che in merda, se ci provi.
Ed è una delle cose che ho imparato di recente, una di quelle cose che, quando le capisci, per tirarti un po’ su di morale per la vaccata che te le ha fatte scoprire finisci per dirti “Questa è una di quelle cose che ho imparato e che mi serviranno ad affrontare meglio altre situazioni simili nel corso della vita e tutto questo mi renderà una persona migliore”.
Nel novantasette per cento dei casi non è vero un cazzo, perchè come regola generale non ti si presenterà più una situazione in cui quella cosa che hai imparato sarà di nuovo applicabile. 

mercoledì 30 novembre 2011

Le tende arancio.


Alice avvicinò i bordi delle tende verso il centro della finestra e il bianco della luce della mattina sfumò in un arancio diffuso che ammorbidiva i contorni degli oggetti.
Dal canto mio, stavo rigirando tra le dita l’ultima sigaretta del pacchetto in attesa del momento in cui avrei potuto accenderla senza pensare di averla sprecata.

- Ti stai vedendo ancora con lo scemo? – le chiesi, più per interrompere il silenzio che non perché mi interessasse veramente.

- Ti sarei grata se smettessi di chiamarlo così. Enrico è un ragazzo meraviglioso e se c’è qualcosa che non va tra me e lui è solamente colpa mia… - Si interruppe un istante, come se ci fosse qualcosa che le sfuggiva, poi riprese - …e tua, visto che sei tu quello nudo nel mio letto.

Non risposi. Faceva sempre così. Avrebbe preferito strapparsi la pelle di dosso piuttosto che ammettere che quel tizio era un idiota. Era un qualcosa che non riuscivo a spiegarmi, nonostante non si possa dire che non ce la mettessi tutta per farlo.
Alice era una ragazza di quelle che ne trovi poche, con il nero naturale dei suoi capelli, il suo taglio di occhi vagamente orientale, un certo buon gusto musicale e due tette quarta misura che stavano su beffarde, dure come una noce di cocco e vere come è vero che il Papa è cattolico.
Aveva sempre un buon odore, dappertutto. E quando dico “dappertutto” intendo dappertutto, perché non c’era un angolo di quel corpo che non avessi assaggiato e ognuno di questi aveva il sapore degli angeli. Non ho mai capito come facesse, ma aveva il buco del culo più delizioso che avessi mai conosciuto, una roba da nouvelle cuisine. Probabilmente ci infilava boccette di profumo quando nessuno la vedeva o che cazzo ne so. Non ero particolarmente interessato alle cause, preferivo gustarne gli effetti.

- Hai sempre questo tono di superiorità quando ne parli, ma pensi davvero di essere migliore di lui? E allora dimmi, perché sto insieme a lui e non insieme a te?

Posai il pollice sulla rotella dell’accendino, incastrai un’impronta digitale sulla zigrinatura, la tirai verso di me e accesi la sigaretta. La prima boccata della mattina mi riempì i polmoni e poi uscì dal naso insieme alla risposta, lentamente e spandendosi nell’aria. Sorrisi.

-Non lo so, in effetti. Ma so che ti fai scopare da me ogni volta che puoi.

Sapeva che avevo ragione e si limitò darmi un buffetto sulla fronte e a togliermi la sigaretta di mano mentre si infilava sotto le lenzuola camminando a quattro zampe come una gatta. Sbuffò via il fumo con un sospiro, si mise seduta con le spalle poggiate sulla testata del letto, le ginocchia strette contro i capezzoli.

-Ti ho già detto che è colpa mia, cosa vuoi ancora? Mi faccio schifo ogni volta che esci da questa casa e lo sai. E anche se lo sai, ci torni sempre…

Mi ripresi la sigaretta, ormai si era consumata per più di metà ed era l'ultima.

-E tu mi fai entrare ogni volta che te lo chiedo.

Puntai i gomiti sul materasso, sollevai i piedi e ruotai finché non mi trovai seduto sul bordo del letto, il pavimento era caldo sotto i piedi nudi e andai verso la cucina in cerca di qualcosa da bere.

-E ora dove stai andando? – chiese Alice come se aspettasse una qualche risposta a una domanda che non avevo sentito.

-Hai da bere da qualche parte? Te ne porto un bicchiere se vuoi.

-Cristo! Sono le undici di mattina… Deve esserci una bottiglia nel solito posto, apri l’anta sopra la cucina… – si fermò un istante – …e sì, porta due bicchieri.

Il vino era sempre nel solito posto e non c’era un giorno in cui mancasse. Alice non era una grande bevitrice, non l’avevo mai vista davvero ubriaca, eppure con la costanza di una formica faceva fuori una bottiglia al giorno, mezzo bicchiere alla volta.
Stappai la bottiglia, presi due bicchieri e tornai a sedermi sul letto. Versai fino a riempire metà del primo bicchiere, poi feci lo stesso con il secondo e glielo feci scivolare in mano. Ci guardammo negli occhi mentre i bicchieri si toccavano tintinnando piano, poi poggiammo le labbra sul bordo e lasciammo che il rosso scendesse sulla lingua. Nessuno dei due sapeva a cosa stessimo brindando e nessuno dei due aveva uno straccio di motivo per farlo.

-Almeno tu il cretino ce l’hai, in fondo. – le dissi al secondo sorso – Probabilmente perché sei capace di accontentarti.

-Non iniziare, ti prego. Io non mi accontento di lui, ci sto bene assieme ed è una persona s...

La interruppi subito.

-Lo so che è una persona splendida, lo so. È poco più evoluto di un cercopiteco, ma è un buono ed è qualcuno sul quale puoi fare affidamento. Ti capisco ma ti stai accontentando.

Ero sempre sincero con lei, a volte troppo, ma potevo permettermelo perché era mia amica anche se andavamo a letto assieme. Ero certo che lo fosse perché potevo piangerle addosso, tra una scopata e l’altra, parlandole dei miei disastri amorosi, delle mie relazioni fallimentari, delle donne delle quali mi innamoravo senza speranza almeno una volta al mese, senza che lei ne avesse a male.

-Ti invidio, lo sai. E se non sapessi che se stessimo insieme finiremmo per tradirci senza pietà, potrei invidiare anche lui. Ma io non sono come te, io cerco la perfezione. Oppure preferisco andare avanti a immaginare il Paradiso con ogni donna che mi capita di incontrare per strada.

Mi guardò come fossi un fratello minore un po’ scemo.

-Eppure dovresti trovare qualcuno che si prenda cura di te. Sei sempre più abbandonato a te stesso e sempre più solo. Bevi, scrivi, lavori, scopi.

- Mi fa paura la coppia, lo sai. Non me la sento, ho le ossa fragili e ogni giorno le sento scricchiolare più forte. Mi fanno paura quanto gli aerei, le coppie. Funzionano allo stesso modo, sai che in teoria dovrebbero reggere, ma sai anche che una volta che cascano non ti salvi.


Non mi stava ascoltando. 


-Con chi ti stai vedendo, quando non sei con me? Voglio dire, ci sarà qualcuna con cui hai un rapporto normale, un’amica, una confidente, una persona tranquilla che ti faccia stare tranquillo...

Iniziava a irritarmi e alzai la voce senza davvero volerlo.


- Ma ancora non l’hai capito? Io non voglio stare tranquillo, non voglio la serenità! Non come punto di partenza almeno. Voglio sentire il vuoto dentro, voglio fantasticare su donne meravigliose che non potrò mai meritare e che non sanno neanche che esisto e voglio sognare di poterle avere un giorno, prima o poi. E in quel momento di grazia, in quell’inizio di una pace destinata a durare tutta la vita vorrò confessargli di averle amate dal primo istante in cui le ho viste anzi, che dico, da prima ancora! Da quando ancora ero nulla per loro e loro credevano di essere nulla per me. E pretenderò di leggere uno stupore autentico nei loro occhi, di vederle sciogliersi in un sorriso mentre inizieremo a baciarci tenendoci il volto tra le mani e cercheremo di trattenere la gioia soffocando le risa. Non posso accontentarmi, non posso desiderare nulla di meno.

Non riusciva a capirmi, glielo si leggeva sulle sopracciglia, in quei minuscoli solchi che le si erano creati sulla fronte per un istante.
Mi tirai su, ero ancora nudo. 

-Faccio una doccia prima di andare.

Non sarei mai più tornato.

giovedì 18 agosto 2011

Marcel Fecteau - Eppure so che ci sei

Eppure so che ci sei
tra le baccanti che ballano
sulla strada dell'alba
che trascini ricordi viscosi
come la bava di un ragno
sul tuo corpo d'insetto.
Ho pensato fossi tu
su una spiaggia al tramonto,
alla fermata di un bus,
nel sudore di un letto
con occhi sempre diversi
e ogni volta uguali.
Aspetto che tu venga
prima che faccia sera,
a domandarmi dei ricordi
sul mio corpo d'insetto,
a raccontarmi i tuoi tramonti,
le stazioni dei tuoi bus,
il sudore nel tuo letto,
perchè so che ci sei.

martedì 21 giugno 2011

Sono quello.

Sono quello un po' strano
ma non abbastanza.
Quello che ci crede sempre
ma non si convince mai.
Sono quello che rispetta il tempo
e lascia quello che trova.

lunedì 20 giugno 2011

Tre.

Riccardo era quel tipo di rompiballe che spunta da sotto a un tombino quando meno te lo aspetti e quando meno vorresti avere qualcuno intorno. Quel tipo di persona che ti ritrovi accanto e non capisci da dove sia venuta fuori, non so se mi spiego. Ma probabilmente ognuno di noi incontra almeno un Riccardo, nella sua vita, un ninja della molestia silenzioso e invisibile fino al momento in cui non decide di salutarti e di raccontarti qualcosa.
Per dirla tutta non sarebbe stato neanche eccessivamente fastidioso se gli fosse riuscito di limitarsi ai racconti perché a volte, bisognava riconoscerglielo, tirava fuori dal cappello certi aneddoti che ti facevano contorcere le budella dalle risate. Purtroppo la sua tendenza a enfatizzare, a gonfiare ogni racconto senza che ce ne fosse apparente motivo, unitamente a una logorrea che, a sua parziale discolpa (avendo avuto in più di una occasione la ventura di passare una mezz’ora in compagnia di sua madre) ho sempre ritenuto essere congenita, impediva a chiunque di sopportarlo per più di una decina di minuti. 
Comunque sia, mi era spuntato dietro da vattelappesca dove anche questa volta. Questa sua abilità mi ricordava certi personaggi strani della mia adolescenza passata a sud, molto a sud, sulla punta dello stivale, affacciato su quella ferita di mare che separa la Sicilia dal resto del continente. Da quelle parti, dovete sapere, è prassi quotidiana che un diverbio da nulla si trasformi in quella che gli indigeni definiscono con un orgoglio tanto malcelato quanto fuori luogo, una “sciarra”. In realtà, nonostante si cerchi di far passare questa tradizione folcloristica come una virile contrapposizione di corpi, nella stragrande maggioranza dei casi questa risulta essere più che altro una sorta di balletto in cui i due contendenti cercano di gonfiare le loro piume il più possibile e, sebbene a uno sguardo distratto possa venire scambiata per una rissa, tecnicamente non lo è. Somiglia più a uno scambio di insulti, a un minacciarsi vicendevolmente annunciando chissà quali ritorsioni, con uno scambio di spinte e ceffoni aggiunto in coda più per creare un minimo di scalpore che non per arrecare un effettivo danno fisico all’avversario. Ma divago.
Il punto è che in questo bizzarro rituale capita sempre che all’inizio i due contendenti siano soli, semmai accompagnati da uno o due dei membri più fidati della loro corte dei miracoli, ma che in un qualche modo oscuro, dopo uno o due minuti dal primo scambio di stoccate verbali, 

si materializzi apparentemente dal nulla una marmaglia vociante di individui che prende le parti dell’uno o dell’altro. E non importa quanto la sciarra si svolga in un posto deserto, nè c’è da pensare che la collocazione in tarda nottata possa renderla un fatto privato, quasi intimo. Che siano le quattro di mattina o le due di pomeriggio, che ci si trovi in pieno centro o accanto alla fiumara più dimenticata da Dio, inevitabilmente una massa di gente sbucherà dal nulla scivolando (ho sempre supposto) fuori da un tombino o calandosi là in mezzo da sopra a un lampione, tifando per l’uno o per l’altro e magari finendo per menare davvero le mani (loro sì, altro che ceffoni) e creando un effetto domino che riveste di nuova dignità la sciarra trasformandola in una rissa vera e propria.
Bene, Riccardo era così: saltava fuori dal nulla ogni volta e invece di mettersi a schiaffeggiarti fisicamente, si impegnava per farlo moralmente raccontandoti una qualche idiozia senza capo né coda, per poi sparire di nuovo dopo un saluto affrettato millantando chissà quali impegni tutt'altro che galanti con chissà quale sconosciuta. A suo dire viveva una vita piena di sesso e di imprevisti, un continuo via vai di posti, volti, corpi, ma in realtà se anche lo faceva era il suo unico spazio di discrezione, visto che nessuno tra gli amici aveva mai avuto la fortuna di condividere con lui quei momenti in cui, evidentemente, diventava una persona interessante.


- Che cazzo ci fai sdraiato in mezzo a un prato a farti mangiare dalle mosche? 

Era in forma, lo si capiva già dall’incipit. Non era mai stato un granchè di intellettuale e non si poteva dire che il suo vocabolario fosse estremamente ampio o particolarmente raffinato, ma il tono con cui diceva le cose aveva un suo certo impatto. Nulla che avessi voglia di sentire in quel momento, ma lo aveva.

-Le mosche sono state il problema meno fastidioso fino ad ora e in effetti sono state umiliate nella classifica dei fastidi dalle zanzare. Prima di vederti, ovviamente. Che ci fai da queste parti?

Lui finse di non cogliere o, più probabilmente, non lo fece e basta.

-Niente di che, ero in giro con qualche birra nello zaino, un paio di canne e volevo vedere se trovavo qualcosa da fare stasera. Qui c’è sempre un sacco di figa, appena inizia a fare caldo le trovi tutte con le tette per aria svaccate sul prato.

Figa, tette, birra, fumo. Ero preparato all’andazzo che avrebbe preso la conversazione, anche se non avevo alcuna voglia di continuarla.

-Mi sa che ti è andata male, oggi pare sia giornata di famiglie. 

Provavo a smorzare in un colpo solo i suoi entusiasmi e il subbuglio di ormoni che aveva in corpo ma sapevo già che era una battaglia persa prima ancora di iniziare a combatterla.

-Giornata di famiglie? Beh, le donne stanno sempre a lamentarsi dei loro uomini, non c’è niente di meglio di una mamma sola al parco per…

Gli feci un cenno per zittirlo mentre lui tirava fuori una bottiglia di birra e faceva leva poggiando l’accendino tra un dito e il tappo. Era già visibilmente alticcio ma continuava a bere e sotto a quel sole sudava come se stesse per liquefarsi. 

-Guarda là. – indicavo con il dito – Là, quel padre con il figlio. Là, in mezzo al campo da pallacanestro. Li vedi?

Lui distolse lo sguardo per un istante, annuì e prese a rimirare il pezzo di fumo che aveva cavato da una tasca dopo che si era seduto su un angolo del telo. Tacque per qualche secondo, poi si decise a rispondere.

-Un tizio che gioca col figlio, embè?

-Li sto guardando da un pezzo. Cristo, guardali e dimmi se non sono fantastici.

Lo erano per davvero. Certamente non erano il tipo di fantastico che Riccardo si sarebbe aspettato, in fondo non avevano natiche particolarmente appetibili né seni di alcun tipo, ma per me lo erano eccome. Il bambino non arrivava al metro di altezza neanche a farlo salire su un paio di libri e stringeva quella palla arancione come se fosse il tesoro più importante che potesse desiderare. Il padre, un omone alto alto e più spesso di uno qualsiasi dei tronchi degli alberi che ci cirdondavano, era un fucile spalmato di burro e miele. Talmente grosso da far paura, con certe manone che facevano sparire la palla ogni volta che il figlio gliela passava, ma lieve e delicato in ogni mossa, in ogni parola, in ogni gesto. Chissà chi era, quando era lontano dal figlio. Chissà che lavoro faceva. Magari era un avvocato, magari un medico, magari un agricoltore o un fabbro. E chissà dov’era la madre del bambino e perché non era insieme a loro a giocare in quella delizia di inizio estate. 

-Ci pensi mai ad avere dei figli? – dissi –  A come saresti se ne avessi uno, a come cambieresti?

Riccardo mi guardò e soffocò una risata.

-Sei fuori, senti me. Sei completamente fuori di testa. Se c’è una cosa che non voglio è avere dei figli. La parte interessante è quella che viene prima, ci hai mai fatto caso? E poi con chi dovrei farlo un figlio, pur volendo? Abbiamo trentacinque anni, ormai sulla piazza sono rimaste solo le bagasce o gli scarti che nessuno si è voluto prendere, ma ti pare che…

Continuò con lo sproloquio ma non lo ascoltavo più, né gli rivolsi ancora uno sguardo o una parola. Guardavo padre e figlio, guardavo la palla che rimbalzava, ascoltavo parole di incoraggiamento, risate, passi incerti.
E in mezzo a quel misto di serenità e malinconia sentii Riccardo chiamarmi una, due volte, forse tre e poi alzarsi e mandarmi a fare in culo blaterando qualcosa su non si sa che figa che mi perdevo e che lui si sarebbe fatto, una con due tette così e un culo che parlava con Dio.
Non lo rividi più, dopo quella volta, ma non ne fui dispiaciuto.