mercoledì 30 novembre 2011

Le tende arancio.


Alice avvicinò i bordi delle tende verso il centro della finestra e il bianco della luce della mattina sfumò in un arancio diffuso che ammorbidiva i contorni degli oggetti.
Dal canto mio, stavo rigirando tra le dita l’ultima sigaretta del pacchetto in attesa del momento in cui avrei potuto accenderla senza pensare di averla sprecata.

- Ti stai vedendo ancora con lo scemo? – le chiesi, più per interrompere il silenzio che non perché mi interessasse veramente.

- Ti sarei grata se smettessi di chiamarlo così. Enrico è un ragazzo meraviglioso e se c’è qualcosa che non va tra me e lui è solamente colpa mia… - Si interruppe un istante, come se ci fosse qualcosa che le sfuggiva, poi riprese - …e tua, visto che sei tu quello nudo nel mio letto.

Non risposi. Faceva sempre così. Avrebbe preferito strapparsi la pelle di dosso piuttosto che ammettere che quel tizio era un idiota. Era un qualcosa che non riuscivo a spiegarmi, nonostante non si possa dire che non ce la mettessi tutta per farlo.
Alice era una ragazza di quelle che ne trovi poche, con il nero naturale dei suoi capelli, il suo taglio di occhi vagamente orientale, un certo buon gusto musicale e due tette quarta misura che stavano su beffarde, dure come una noce di cocco e vere come è vero che il Papa è cattolico.
Aveva sempre un buon odore, dappertutto. E quando dico “dappertutto” intendo dappertutto, perché non c’era un angolo di quel corpo che non avessi assaggiato e ognuno di questi aveva il sapore degli angeli. Non ho mai capito come facesse, ma aveva il buco del culo più delizioso che avessi mai conosciuto, una roba da nouvelle cuisine. Probabilmente ci infilava boccette di profumo quando nessuno la vedeva o che cazzo ne so. Non ero particolarmente interessato alle cause, preferivo gustarne gli effetti.

- Hai sempre questo tono di superiorità quando ne parli, ma pensi davvero di essere migliore di lui? E allora dimmi, perché sto insieme a lui e non insieme a te?

Posai il pollice sulla rotella dell’accendino, incastrai un’impronta digitale sulla zigrinatura, la tirai verso di me e accesi la sigaretta. La prima boccata della mattina mi riempì i polmoni e poi uscì dal naso insieme alla risposta, lentamente e spandendosi nell’aria. Sorrisi.

-Non lo so, in effetti. Ma so che ti fai scopare da me ogni volta che puoi.

Sapeva che avevo ragione e si limitò darmi un buffetto sulla fronte e a togliermi la sigaretta di mano mentre si infilava sotto le lenzuola camminando a quattro zampe come una gatta. Sbuffò via il fumo con un sospiro, si mise seduta con le spalle poggiate sulla testata del letto, le ginocchia strette contro i capezzoli.

-Ti ho già detto che è colpa mia, cosa vuoi ancora? Mi faccio schifo ogni volta che esci da questa casa e lo sai. E anche se lo sai, ci torni sempre…

Mi ripresi la sigaretta, ormai si era consumata per più di metà ed era l'ultima.

-E tu mi fai entrare ogni volta che te lo chiedo.

Puntai i gomiti sul materasso, sollevai i piedi e ruotai finché non mi trovai seduto sul bordo del letto, il pavimento era caldo sotto i piedi nudi e andai verso la cucina in cerca di qualcosa da bere.

-E ora dove stai andando? – chiese Alice come se aspettasse una qualche risposta a una domanda che non avevo sentito.

-Hai da bere da qualche parte? Te ne porto un bicchiere se vuoi.

-Cristo! Sono le undici di mattina… Deve esserci una bottiglia nel solito posto, apri l’anta sopra la cucina… – si fermò un istante – …e sì, porta due bicchieri.

Il vino era sempre nel solito posto e non c’era un giorno in cui mancasse. Alice non era una grande bevitrice, non l’avevo mai vista davvero ubriaca, eppure con la costanza di una formica faceva fuori una bottiglia al giorno, mezzo bicchiere alla volta.
Stappai la bottiglia, presi due bicchieri e tornai a sedermi sul letto. Versai fino a riempire metà del primo bicchiere, poi feci lo stesso con il secondo e glielo feci scivolare in mano. Ci guardammo negli occhi mentre i bicchieri si toccavano tintinnando piano, poi poggiammo le labbra sul bordo e lasciammo che il rosso scendesse sulla lingua. Nessuno dei due sapeva a cosa stessimo brindando e nessuno dei due aveva uno straccio di motivo per farlo.

-Almeno tu il cretino ce l’hai, in fondo. – le dissi al secondo sorso – Probabilmente perché sei capace di accontentarti.

-Non iniziare, ti prego. Io non mi accontento di lui, ci sto bene assieme ed è una persona s...

La interruppi subito.

-Lo so che è una persona splendida, lo so. È poco più evoluto di un cercopiteco, ma è un buono ed è qualcuno sul quale puoi fare affidamento. Ti capisco ma ti stai accontentando.

Ero sempre sincero con lei, a volte troppo, ma potevo permettermelo perché era mia amica anche se andavamo a letto assieme. Ero certo che lo fosse perché potevo piangerle addosso, tra una scopata e l’altra, parlandole dei miei disastri amorosi, delle mie relazioni fallimentari, delle donne delle quali mi innamoravo senza speranza almeno una volta al mese, senza che lei ne avesse a male.

-Ti invidio, lo sai. E se non sapessi che se stessimo insieme finiremmo per tradirci senza pietà, potrei invidiare anche lui. Ma io non sono come te, io cerco la perfezione. Oppure preferisco andare avanti a immaginare il Paradiso con ogni donna che mi capita di incontrare per strada.

Mi guardò come fossi un fratello minore un po’ scemo.

-Eppure dovresti trovare qualcuno che si prenda cura di te. Sei sempre più abbandonato a te stesso e sempre più solo. Bevi, scrivi, lavori, scopi.

- Mi fa paura la coppia, lo sai. Non me la sento, ho le ossa fragili e ogni giorno le sento scricchiolare più forte. Mi fanno paura quanto gli aerei, le coppie. Funzionano allo stesso modo, sai che in teoria dovrebbero reggere, ma sai anche che una volta che cascano non ti salvi.


Non mi stava ascoltando. 


-Con chi ti stai vedendo, quando non sei con me? Voglio dire, ci sarà qualcuna con cui hai un rapporto normale, un’amica, una confidente, una persona tranquilla che ti faccia stare tranquillo...

Iniziava a irritarmi e alzai la voce senza davvero volerlo.


- Ma ancora non l’hai capito? Io non voglio stare tranquillo, non voglio la serenità! Non come punto di partenza almeno. Voglio sentire il vuoto dentro, voglio fantasticare su donne meravigliose che non potrò mai meritare e che non sanno neanche che esisto e voglio sognare di poterle avere un giorno, prima o poi. E in quel momento di grazia, in quell’inizio di una pace destinata a durare tutta la vita vorrò confessargli di averle amate dal primo istante in cui le ho viste anzi, che dico, da prima ancora! Da quando ancora ero nulla per loro e loro credevano di essere nulla per me. E pretenderò di leggere uno stupore autentico nei loro occhi, di vederle sciogliersi in un sorriso mentre inizieremo a baciarci tenendoci il volto tra le mani e cercheremo di trattenere la gioia soffocando le risa. Non posso accontentarmi, non posso desiderare nulla di meno.

Non riusciva a capirmi, glielo si leggeva sulle sopracciglia, in quei minuscoli solchi che le si erano creati sulla fronte per un istante.
Mi tirai su, ero ancora nudo. 

-Faccio una doccia prima di andare.

Non sarei mai più tornato.

giovedì 18 agosto 2011

Marcel Fecteau - Eppure so che ci sei

Eppure so che ci sei
tra le baccanti che ballano
sulla strada dell'alba
che trascini ricordi viscosi
come la bava di un ragno
sul tuo corpo d'insetto.
Ho pensato fossi tu
su una spiaggia al tramonto,
alla fermata di un bus,
nel sudore di un letto
con occhi sempre diversi
e ogni volta uguali.
Aspetto che tu venga
prima che faccia sera,
a domandarmi dei ricordi
sul mio corpo d'insetto,
a raccontarmi i tuoi tramonti,
le stazioni dei tuoi bus,
il sudore nel tuo letto,
perchè so che ci sei.

martedì 21 giugno 2011

Sono quello.

Sono quello un po' strano
ma non abbastanza.
Quello che ci crede sempre
ma non si convince mai.
Sono quello che rispetta il tempo
e lascia quello che trova.

lunedì 20 giugno 2011

Tre.

Riccardo era quel tipo di rompiballe che spunta da sotto a un tombino quando meno te lo aspetti e quando meno vorresti avere qualcuno intorno. Quel tipo di persona che ti ritrovi accanto e non capisci da dove sia venuta fuori, non so se mi spiego. Ma probabilmente ognuno di noi incontra almeno un Riccardo, nella sua vita, un ninja della molestia silenzioso e invisibile fino al momento in cui non decide di salutarti e di raccontarti qualcosa.
Per dirla tutta non sarebbe stato neanche eccessivamente fastidioso se gli fosse riuscito di limitarsi ai racconti perché a volte, bisognava riconoscerglielo, tirava fuori dal cappello certi aneddoti che ti facevano contorcere le budella dalle risate. Purtroppo la sua tendenza a enfatizzare, a gonfiare ogni racconto senza che ce ne fosse apparente motivo, unitamente a una logorrea che, a sua parziale discolpa (avendo avuto in più di una occasione la ventura di passare una mezz’ora in compagnia di sua madre) ho sempre ritenuto essere congenita, impediva a chiunque di sopportarlo per più di una decina di minuti. 
Comunque sia, mi era spuntato dietro da vattelappesca dove anche questa volta. Questa sua abilità mi ricordava certi personaggi strani della mia adolescenza passata a sud, molto a sud, sulla punta dello stivale, affacciato su quella ferita di mare che separa la Sicilia dal resto del continente. Da quelle parti, dovete sapere, è prassi quotidiana che un diverbio da nulla si trasformi in quella che gli indigeni definiscono con un orgoglio tanto malcelato quanto fuori luogo, una “sciarra”. In realtà, nonostante si cerchi di far passare questa tradizione folcloristica come una virile contrapposizione di corpi, nella stragrande maggioranza dei casi questa risulta essere più che altro una sorta di balletto in cui i due contendenti cercano di gonfiare le loro piume il più possibile e, sebbene a uno sguardo distratto possa venire scambiata per una rissa, tecnicamente non lo è. Somiglia più a uno scambio di insulti, a un minacciarsi vicendevolmente annunciando chissà quali ritorsioni, con uno scambio di spinte e ceffoni aggiunto in coda più per creare un minimo di scalpore che non per arrecare un effettivo danno fisico all’avversario. Ma divago.
Il punto è che in questo bizzarro rituale capita sempre che all’inizio i due contendenti siano soli, semmai accompagnati da uno o due dei membri più fidati della loro corte dei miracoli, ma che in un qualche modo oscuro, dopo uno o due minuti dal primo scambio di stoccate verbali, 

si materializzi apparentemente dal nulla una marmaglia vociante di individui che prende le parti dell’uno o dell’altro. E non importa quanto la sciarra si svolga in un posto deserto, nè c’è da pensare che la collocazione in tarda nottata possa renderla un fatto privato, quasi intimo. Che siano le quattro di mattina o le due di pomeriggio, che ci si trovi in pieno centro o accanto alla fiumara più dimenticata da Dio, inevitabilmente una massa di gente sbucherà dal nulla scivolando (ho sempre supposto) fuori da un tombino o calandosi là in mezzo da sopra a un lampione, tifando per l’uno o per l’altro e magari finendo per menare davvero le mani (loro sì, altro che ceffoni) e creando un effetto domino che riveste di nuova dignità la sciarra trasformandola in una rissa vera e propria.
Bene, Riccardo era così: saltava fuori dal nulla ogni volta e invece di mettersi a schiaffeggiarti fisicamente, si impegnava per farlo moralmente raccontandoti una qualche idiozia senza capo né coda, per poi sparire di nuovo dopo un saluto affrettato millantando chissà quali impegni tutt'altro che galanti con chissà quale sconosciuta. A suo dire viveva una vita piena di sesso e di imprevisti, un continuo via vai di posti, volti, corpi, ma in realtà se anche lo faceva era il suo unico spazio di discrezione, visto che nessuno tra gli amici aveva mai avuto la fortuna di condividere con lui quei momenti in cui, evidentemente, diventava una persona interessante.


- Che cazzo ci fai sdraiato in mezzo a un prato a farti mangiare dalle mosche? 

Era in forma, lo si capiva già dall’incipit. Non era mai stato un granchè di intellettuale e non si poteva dire che il suo vocabolario fosse estremamente ampio o particolarmente raffinato, ma il tono con cui diceva le cose aveva un suo certo impatto. Nulla che avessi voglia di sentire in quel momento, ma lo aveva.

-Le mosche sono state il problema meno fastidioso fino ad ora e in effetti sono state umiliate nella classifica dei fastidi dalle zanzare. Prima di vederti, ovviamente. Che ci fai da queste parti?

Lui finse di non cogliere o, più probabilmente, non lo fece e basta.

-Niente di che, ero in giro con qualche birra nello zaino, un paio di canne e volevo vedere se trovavo qualcosa da fare stasera. Qui c’è sempre un sacco di figa, appena inizia a fare caldo le trovi tutte con le tette per aria svaccate sul prato.

Figa, tette, birra, fumo. Ero preparato all’andazzo che avrebbe preso la conversazione, anche se non avevo alcuna voglia di continuarla.

-Mi sa che ti è andata male, oggi pare sia giornata di famiglie. 

Provavo a smorzare in un colpo solo i suoi entusiasmi e il subbuglio di ormoni che aveva in corpo ma sapevo già che era una battaglia persa prima ancora di iniziare a combatterla.

-Giornata di famiglie? Beh, le donne stanno sempre a lamentarsi dei loro uomini, non c’è niente di meglio di una mamma sola al parco per…

Gli feci un cenno per zittirlo mentre lui tirava fuori una bottiglia di birra e faceva leva poggiando l’accendino tra un dito e il tappo. Era già visibilmente alticcio ma continuava a bere e sotto a quel sole sudava come se stesse per liquefarsi. 

-Guarda là. – indicavo con il dito – Là, quel padre con il figlio. Là, in mezzo al campo da pallacanestro. Li vedi?

Lui distolse lo sguardo per un istante, annuì e prese a rimirare il pezzo di fumo che aveva cavato da una tasca dopo che si era seduto su un angolo del telo. Tacque per qualche secondo, poi si decise a rispondere.

-Un tizio che gioca col figlio, embè?

-Li sto guardando da un pezzo. Cristo, guardali e dimmi se non sono fantastici.

Lo erano per davvero. Certamente non erano il tipo di fantastico che Riccardo si sarebbe aspettato, in fondo non avevano natiche particolarmente appetibili né seni di alcun tipo, ma per me lo erano eccome. Il bambino non arrivava al metro di altezza neanche a farlo salire su un paio di libri e stringeva quella palla arancione come se fosse il tesoro più importante che potesse desiderare. Il padre, un omone alto alto e più spesso di uno qualsiasi dei tronchi degli alberi che ci cirdondavano, era un fucile spalmato di burro e miele. Talmente grosso da far paura, con certe manone che facevano sparire la palla ogni volta che il figlio gliela passava, ma lieve e delicato in ogni mossa, in ogni parola, in ogni gesto. Chissà chi era, quando era lontano dal figlio. Chissà che lavoro faceva. Magari era un avvocato, magari un medico, magari un agricoltore o un fabbro. E chissà dov’era la madre del bambino e perché non era insieme a loro a giocare in quella delizia di inizio estate. 

-Ci pensi mai ad avere dei figli? – dissi –  A come saresti se ne avessi uno, a come cambieresti?

Riccardo mi guardò e soffocò una risata.

-Sei fuori, senti me. Sei completamente fuori di testa. Se c’è una cosa che non voglio è avere dei figli. La parte interessante è quella che viene prima, ci hai mai fatto caso? E poi con chi dovrei farlo un figlio, pur volendo? Abbiamo trentacinque anni, ormai sulla piazza sono rimaste solo le bagasce o gli scarti che nessuno si è voluto prendere, ma ti pare che…

Continuò con lo sproloquio ma non lo ascoltavo più, né gli rivolsi ancora uno sguardo o una parola. Guardavo padre e figlio, guardavo la palla che rimbalzava, ascoltavo parole di incoraggiamento, risate, passi incerti.
E in mezzo a quel misto di serenità e malinconia sentii Riccardo chiamarmi una, due volte, forse tre e poi alzarsi e mandarmi a fare in culo blaterando qualcosa su non si sa che figa che mi perdevo e che lui si sarebbe fatto, una con due tette così e un culo che parlava con Dio.
Non lo rividi più, dopo quella volta, ma non ne fui dispiaciuto.

domenica 19 giugno 2011

Due.


Torno in strada accompagnato da un grappolo di sensazioni contrastanti. Nelle ultime ventiquattro ore ho perso il lavoro e sono stato scaricato come un'automobile incidentata e troppo costosa da riparare. Eppure.
Eppure anche se avrei tutte le ragioni per essere vittima di un attacco di depressione con annessi tentativi di suicidio non riesco a cedere al pessimismo, anzi ho l'impressione che tutti i pezzi stiano andando al loro posto, lentamente, seguendo traiettorie improbabili.
L'aria è calda, il cielo è limpido e una rara brezza lombarda mi porta un certo odore di primavera inoltrata alle narici, che riesce a filtrare tra i gas di scarico e la puzza di piscio. A ben vedere è un discreto risultato, rispetto agli standard olfattivi di questa città.
Mi sento fortunato, sì. Probabilmente è solo la conseguenza dello shock, ma mi sento fortunato. In fondo, parlando tra me e me continuo a ripetermi che se tutto fosse ancora come era qualche giorno fa, in questo momento sarei chiuso in una stanza a fare i conti con mail senza volto, telefoni che squillano, un monitor e una vita frustrante, mentre invece trotterello guardando stoffe leggere che si incollano su corpi di donne a passeggio e rivelano le forme che gli scivolano sotto come muscoli a contatto con la pelle.
Respiro sentendo il sole sul viso e quella strana sensazione sulla pelle che ti danno le braccia scoperte ai primi caldi.
Passo dopo passo si fa sempre più forte la convinzione di non essere stato lasciato a casa, di non essere stato lasciato solo.
Sono stato lasciato libero.
Il risentimento continua a fare capolino tra un sussulto del cuore e l'altro, e a volte ringhia furiosamente, ma il senso di non appartenenza a nulla e a nessuno tranne che a me stesso è troppo vivo e splendente perchè possa cedere all'odio. 
Avrò tempo per farlo, sono certo che succederà, ma non qui, non adesso. Adesso ci siamo io, il vento, il sole e la vita.
E' sorprendente vedere quanta vita possa esserci al mondo, mentre noi buttiamo via la nostra per far crescere i fatturati di altra gente.
Tengo lo sguardo alto e bevo ogni persona, le assaporo una per una, le punto da lontano e le seguo mentre si avvicinano e a volte spariscono dentro un portone o vengono inghiottite da un negozio. Altre volte mi passano accanto, ma sono tutti là a zonzo, sovversivi nel loro non contribuire al mito barbaro della produttività.
Entro in libreria e mi derubo di un po' di tempo bighellonando tra gli scaffali. Faccio scivolare i titoli sotto agli occhi, salto dai classici ai manuali di cucina indonesiana, sfoglio libri di fotografia e di architettura, poi prendo una raccolta di poesie dell'inizio novecento russo.
Mi avvio alla cassa, pago e mi dirigo verso un posto dove poter leggere in pace, all'ombra. Ci lasciamo trasportare dall'ispirazione, io e il mio libro, finchè non incontriamo un piccolo parco accanto a un naviglio dove gli alberi mi riparano dal sole ancora alto e, a parte qualche anziano che vaga senza una meta apparente e un ragazzo che porta a passeggio il suo cane, la tranquillità è assicurata.
Scelgo una panchina a caso e inizio a masticare versi, quando ecco che si ferma e sfila i sandali con un gesto grazioso come quello di una gatta che si lustra il capo con la zampa. 
La vedo per caso, alzando lo sguardo tra il voltare di una pagina e l'altro e mentre la guardo immagino che il sole di quel pomeriggio di un giorno di primavera inoltrata le stia permettendo di illudersi che quella attorno a lei non sia Milano.
Minuta, ha indosso una blusa troppo larga per rivelarmi il seno e pantaloni troppo corti per nascondermi quelle gambe tanto chiare che sembra non abbiano mai visto il sole. Posa i piedi sulla striscia di porfido che si snoda lungo il fianco del naviglio e riprende ad assaporare lo scorrere di ciascun metro, mentre passo dopo passo diventa sempre più piccola. Osservo i suoi capelli che ondeggiano, raccolti sopra la nuca come fossero il getto di una fontana e sono certo che debba esserci un motivo per seguirla fino in capo al mondo. Eppure, non lo trovo. 
Quando sparisce seguendo la piega del corso d'acqua so che non la rivedrò mai più, ma non mi interessa farlo. E sorrido. Forse è così che dovremmo vivere, senza chiedere nulla in cambio, senza aspettarci nulla se non quello che stiamo vivendo, dovremmo vivere la vita come un pasto saporito, concedendoci il lusso di gustare ogni singolo boccone senza pensare al successivo. Chiudo il libro e mi guardo intorno mentre un anziano affacciato alla balaustra tiene una canna da pesca in mano e aspetta che qualcosa faccia tirare la sua lenza. Penso che molto probabilmente non sarà un pesce e che, seppure lo fosse, ci penserei su prima di mangiarlo.
Rimetto il libro nello zaino, apro la tasca esterna e tiro fuori il sacchetto del tabacco, sfilo una cartina e arrotolo una sigaretta con gli ultimi rimasugli rimasti sul fondo, la accendo e mi metto a camminare verso casa. 
Il sole inizia a scendere anche se la giornata è ancora luminosa, mentre infilo gli auricolari nelle orecchie e faccio partire a caso la riproduzione. 
La sensazione di leggerezza che avevo provato nelle ore precedenti sta iniziando a svanire e non voglio che si dissolva del tutto, non prima che io sia riuscito a rinchiudermi in un posto familiare. Mi affretto attraverso le aiuole e poi in mezzo alla scacchiera di palazzi attraverso la quale scorre il corso d'acqua, diretto verso la fermata più vicina, aspetto il primo autobus utile e ci sguscio dentro.
Il mezzo è quasi vuoto e il tragitto potrebbe anche non risultare spiacevole se non fosse per un gruppo di ragazzetti che fanno cagnara, seduti nella fila di sedili in fondo. Tre maschi e una ragazza. Due di loro, vestiti da parodia di un qualche idiota di MTV con la cintura che tiene su le chiappe dal basso, stanno vantando presunte imprese erotiche anche se probabilmente non gli sono ancora cresciuti i peli sul pube. L'altro ragazzino, vestito da coglione anche lui, è impegnato a infilare la lingua in bocca a quella che suppongo debba essere la sua compagna, una tizia in fondo carina ma troppo truccata per la sua età, troppo attillata, troppo scoperta. Un'esca per pedofili. Cerco di fargli arrivare la mia occhiata di disprezzo ma sono troppo occupati a insultare la dignità della razza umana per accorgersene.
Bofonchio pensando al fatto che dovranno, un giorno, pagare la mia pensione, li bollo come embrioni sottratti alla ricerca sulle cellule staminali, e torno a farmi i fatti miei mentre B.B.King spiega la sua visione della coppia a un pubblico vociante a non più di un centimetro dai miei timpani. 
Lascio che mi scorrano davanti agli occhi dei cartelloni pubblicitari da denuncia, seguo con lo sguardo qualche culo che cammina sul marciapiedi, mi sistemo i boxer tirandoli verso il basso per evitare che mi strozzino i testicoli e nel frattempo mi rendo conto di essere arrivato alla mia fermata.
Scendo a poche decine di metri di distanza dal portone di casa proprio quando l'ebbrezza sta quasi definitivamente sfumando. Divoro la distanza con passi lunghi, le gambe tese e il busto dritto pensando che se mi vedessi dall'esterno probabilmente ridacchierei e mi darei del coglione per quella camminata. Sappiamo essere sempre molto crudeli con chi non conosciamo.
Cancello, cortile, portone, ascensore, porta di casa e finalmente posso sprofondare. Svuoto con calma le tasche, avvolgo il filo delle cuffie, tolgo il libro dallo zaino e lo lancio sul letto. Mi verso qualcosa da bere senza stare troppo a pensarci sopra e ne prendo una sorsata.
L'alcol che scende lungo la gola mi dà un sussulto. Forse è ancora troppo presto per il whiskey, infatti svuoto il bicchiere d'un fiato per non doverci più pensare e ne riempio un altro per ogni evenienza.
E' ancora tutto troppo silenzioso, quindi cerco un disco, possibilmente qualcosa di movimentato, ma appena parte la musica iniziano i flashbacks. Ogni disco finisce per ricordarmi qualcosa, ma ormai è troppo tardi per zittire tutto e resto a massacrarmi seduto sul divano. 
Mi tornano in mente scopate, viaggi in macchina, un cappello di paglia comprato l'estate precedente, profumo di pollo alla cacciatora, suoni di risate, gemiti, spezzoni di dialoghi, promesse, promesse, promesse.
Il mento vibra, le labbra si serrano, il petto si gela e si riscalda e poi si svuota e poi si riempie e via andare. Sto piangendo e neanche me ne sono accorto, ma in fondo i nervi hanno retto anche troppo a lungo, di certo più a lungo di quanto non mi aspettassi. Ora dovrò vedere di farci i conti. La mia gatta nel frattempo si è svegliata, chissà dove si era infilata a dormire,  è salita sul letto stiracchiandosi, poi si è sdraiata e si è rigirata sulla schiena. Mi guarda con gli occhi mezzi chiusi, con l'espressione che fa quando vuole essere coccolata. Mi sdraio su un fianco accanto a lei mentre continuo a vibrare in silenzio, quando mi si fa vicino alla faccia con un "mieu", struscia il capo sul mio mento e mordicchia leggermente la zona sulla quale si è strusciata. La abbraccio, le poggio le labbra sulla testa e sento il pelo morbido che mi solletica, le carezzo la pancia con il naso, nel frattempo cerco di mantenermi lucido e di ragionare.
Questo posto non fa più per me. La casa è impregnata di ricordi e di aspettative e il fatto che non potrei restarci ancora è di una ovvietà lampante. Ci sono entrato insieme a lei, l'ho inaugurata insieme a lei, ci ho vissuto insieme a lei ed è ancora piena dei suoi oggetti, dei suoi libri, dei suoi vestiti.
Quegli oggetti che la circonderanno quando sarà con qualcun altro, quei libri dei quali parlerà a qualcun altro, quei vestiti che toglierà davanti a qualcun altro. Devo andare via da qui al più presto, ma dove?  Snocciolo i pensieri e li rigiro in mente come fossero le perline dei rosari che certe vecchie ammuffite inginocchiate sui banchi di una chiesa tormentano con le mani mentre borbottano paternoster, quando mi diventa d'un tratto tutto chiaro e non capisco come avessi fatto a non capirlo prima. Mantenevo in vita una relazione con una donna che era lungi dall'essere perfetta, una persona che avevo deciso dovesse essere la mia anima gemella ma che adesso era evidente che non lo fosse. A volte le illuminazioni arrivano dal nulla, come certe frane hanno origine da un solo albero sradicato. Pensavo di aver trovato l'anima gemella a qualche chilometro da casa mia, su un pianeta che conta sette cazzo di miliardi di persone, svariati continenti e un numero imprecisato di nazioni. Ma più probabilmente la mia anima gemella, in questo preciso istante, sta saltando su una mina in Afghanistan o sta venendo violentata da un collega del mio capo, andato con la sua giacca, la sua cravatta e la sua valigetta a cercare la sua libertà nel bordello di uno degli infiniti buchi del culo della terra. 
E forse queste sono alcune tra le opzioni più consolanti, perchè una delle alternative possibili è che proprio adesso, proprio in questo preciso istante, la mia anima gemella stia cagando figli con l'anima gemella di terza scelta della quale, come io stesso stavo rischiando di fare, si è accontentata.
La decisione era presa e la sensazione di libertà che avevo provato in precedenza era ritornata accresciuta.
Ero libero, potevo partire.

Uno.


Il palco è dritto davanti a me. Un rombo di legno laminato ricoperto da moquette dozzinale tenuta insieme con una fila di chiodi, regolare come la dentatura di un senzatetto settantenne.
Muddy Waters sta suonando la chitarra e cantando mentre il pubblico si dimena. Nonostante tutto sembri decisamente reale mi rendo conto che quel concerto lo sto sognando, sia perchè il buon Muddy è cadavere da un pezzo, sia perchè mentre la band suona tre minorenni seminude si stanno contendendo il mio cazzo con la bocca.
Muddy Waters.
Strizzo gli occhi e le ninfette spariscono insieme al palco e a tutto il resto.
Il blues rimane.
Cerco di aprire gli occhi ma le palpebre sono incollate e mi servono tre tentativi per riuscire a intravedere il monitor del pc che illumina la stanza.
La sveglia non ha ancora suonato, quindi siamo nel cuore della notte o quantomeno dalle parti dell'alba.
Ma il blues c'è ancora e sento ancora la voce di Muddy Waters, cazzo.
Strizzo ancora gli occhi e riesco a collegare finalmente il suono che sento alla suoneria del cellulare.
Qualche stronzo mi sta chiamando nel cuore della notte.
Allungo il braccio e tasto il pavimento accanto al letto facendoci strisciare le dita sopra. Identifico al tatto un discreto strato di polvere, qualche detrito più corposo che classifico come tabacco caduto per terra, due o tre peli e alla fine sbatto contro il telefono che scivola una decina di centimetri più in là.
Adesso, da sdraiato, è irraggiungibile.
Grugnisco e cerco di mettermi seduto sul bordo del letto mentre quel bastardo non smette di squillare.
Mi stropiccio gli occhi con la destra e allungo il braccio sinistro verso il cellulare con un lamento. Sul display lampeggia una scritta.
"Fabio", il mio capo.
Faccio scivolare lo schermo verso l'alto e rispondo alla chiamata cercando di mascherare il tono di voce da oltretomba.
Fallisco.

- Oddio, stavo dormendo, che cazzo è successo? Perchè mi chiami a quest'ora di notte?

- Notte? Macchè notte, coglione! E' mezzogiorno passato, vuoi deciderti a venire al lavoro o dobbiamo aspettarti ancora per molto?

Da come aveva scandito "coglione" risultava chiaro che non avesse gradito la mia sorpresa, così come era ormai chiaro che la sveglia aveva effettivamente suonato e che io avevo schiacciato il tasto per zittirla del tutto invece del canonico snooze.

- Cazzo... Cazzo! Non ha suonato la sveglia, non so cosa sia successo, sto arrivando!

Clic.

Il tono al telefono era quello del "ti spacco il culo appena entri in agenzia", quindi non perdo tempo e scatto verso la porta del bagno mentre calcio le scarpe fuori dalla camera da letto per avvicinarle alla porta e acchiappo al volo i vestiti che ho tolto la sera prima.
La gatta sgrana gli occhi, si stiracchia e senza pensarci un attimo mi corre dietro, infilandosi tra le mie caviglie a metà falcata. Bestemmio preventivamente e inciampo per non farle male, poi sbatto la tempia contro la porta.
Bestemmio di nuovo.
Lavo sommariamente i denti, cerco di dare una forma ai capelli infilandoci una mano in mezzo, ma mi arrendo al secondo tentativo.
Mi lascio scivolare dentro ai vestiti, svuoto una scatoletta nella ciotola di Matilde ed esco. Non ho neanche cambiato i boxer ma non ho in programma di scopare, quindi me ne dimentico in fretta.

L'ascensore è al mio piano, mi ci infilo e approfitto della discesa per darmi un'occhiata allo specchio. La riga del cuscino sembra una di quelle cicatrici che sfoggiano gli immigrati meno raccomandabili. Cerco di farla andare via massaggiandola con le dita ma è troppo profonda. Se ne andrà da sola.
Salto su un autobus mezzo vuoto e scendo dopo due fermate per infilarmi in metropolitana e percorrere il ventre di Milano per qualche chilometro.
Supero il tornello, scivolo su un'altra sequela di gradini fino ad arrivare alla banchina. Il prossimo treno arriverà tra due minuti.
Osservo i cartelloni pubblicitari fingendo interesse, poi passo a studiare la mappa dei trasporti pubblici finchè il vagone non arriva, fracassandomi le orecchie, e vomita un fiotto di fighetti vestiti da cazzoni, cazzoni vestiti da fighetti, giapponesi e modelle simil anoressiche che vanno a spargersi sulla banchina della stazione. Sembra il conato indifferente di un gatto che si libera lo stomaco dai peli.
Mentre cerco di consolarmi pensando che il treno provi la mia stessa indignazione davanti a quel cabaret di maschere, tiro il fiato e mi incastro in mezzo al groviglio di arti sudati che lotta per non farsi espellere prima del tempo, con il gomito di un manager conficcato nel plesso solare e il non-so-cosa di non-so-chi che cerca di scardinarmi una vertebra dalla schiena.
Mi spengo. Il sonno non è ancora svanito del tutto, il che mi conferisce un certo grado di insensibilità al dolore, e in quella posizione sono abbastanza compresso da risultare stabile, almeno finchè il manager o il non-so-chi non decideranno di di scendere o di spostarsi in cerca di ossigeno.
Conto le fermate e alla quarta apertura delle porte ricambio il favore al manager e al ladro di vertebre, piazzando una spallata nella schiena dell'uno e un tallone nello stinco dell'altro mentre scendo.

- Ma che modi sono, faccia attenzione!

Fottiti.

Calpesto il linoleum nero mentre mi lascio spingere verso l'uscita da un plotone rumoreggiante di turisti in birkenstocks e calzini bianchi.
Li osservo mentre trotterellano e mi passano oltre.
Indossano la divisa d'ordinanza delle vittime dei borseggiatori.
Strascico i piedi verso la scala mobile chiedendomi quale possa essere il motivo che spinge questi signori di mezza età ad adottare un atteggiamento così ingenuamente autolesionista, esibendo senza timore il loro status di turisti.
Mi spiego meglio. Se fossi un ladro di sani principii e vedessi un sessantenne tedesco in camicia a maniche corte, mutandoni, calzini e sandali, con una macchina fotografica da mille euro appesa al collo, non credo che avrei il benchè minimo dubbio su chi sarà la mia prossima vittima.
Il fatto che persone così non si siano ancora estinte (o abbiano quantomeno optato per vestirsi diversamente) mi suggerisce due opzioni: o i ladri di sani principii si sono estinti prima delle loro vittime oppure c'è qualcosa che mi sfugge all'interno delle dinamiche del borseggio.
Mentre salgo le scale mobili abbandono le mie divagazioni criminali e, come ogni giorno, guardo il prisma di plastica bianca sul quale è scritta, in grossi caratteri neri, la frase "TENERE LA DESTRA" e, come ogni giorno, la mia mente trasforma il “tenere” in un “temere” e lo affianca a “la destra”. Temere la destra.
Io, come ogni giorno, sorrido

Il culo della tizia di fronte a me allieta la risalita verso la luce. Al livello di approfondimento al quale mi è dato di conoscerlo, rasenta la perfezione. Il posto dal quale Dio cagherebbe, se mai avesse bisogno di farlo.
Stretto in una gonna di tailleur nera, tondo come un'anguria, alto come la torre Eiffel, mi sventola all'altezza degli occhi e non posso fare a meno di fissarlo.
Quando sbuco in piazza San Babila ormai lo conosco centimetro per centimetro.
Purtroppo la proprietaria delle natiche scansa una vecchia con una schivata di aikido e si dilegua verso via Montenapoleone con passo isterico, mentre io la seguo con lo sguardo.

- Giovanotto, faccia attenzione a dove cammina, per l'amor di Dio!

Mesmerizzato dal culo non mi sono accorto che la vecchia si era guardata bene dal muoversi di un passo e continuava a dondolare la testa a destra e a sinistra per orientarsi. Sembra uno di quei cani che qualcuno ancora si ostina a tenere in auto, sul pannello vicino al lunotto posteriore. Mi fa pena e decido di non mandarla a fanculo, anche se il secondo "Faccia attenzione" della giornata mi sta già provocando un attacco di colite fulminante.

- Mi scusi signora, ha ragione, ero distratto.

- Non è mica un buon motivo! E se mi avesse rotto un femore? Mi avrebbe detto che era distratto? La gente dovrebbe fare attenzione a come cammina, non avete più..

Il secondo "Faccia attenzione" è sopportabile. Il terzo, anche se parafrasato, non lo è.

- Nonna, vai a farti fottere anche tu, se ti avessi rotto un femore avrei aiutato il mondo a liberarsi di una rompicoglioni.

Mi lascio la vecchia ammutolita dietro le spalle insieme al resto della folla, giro l'angolo e cammino più spedito che mi riesce verso il portone dell'agenzia.
Più spedito che posso in questo caso va tradotto con "più spedito che posso, nonostante sia sveglio da venti minuti e non abbia preso ancora un caffè", cosa che implica l'inciampare sui miei stessi piedi ogni cinque passi, il che mi conferisce un'andatura sinusoidale che a vedere dall'esterno attribuirei a un ubriaco.
Suono il citofono e aspetto che qualcuno mi risponda. Il portiere è sparito nel nulla e il portone è chiuso. Stronzo di portiere, non fa un cazzo dalla mattina alla sera, vive a due passi dal Duomo e probabilmente guadagna quanto me.
"Ma lui fa un lavoro che potrebbe fare anche una scimmia, mentre tu fai un lavoro di concetto, sei un creativo, non dovresti invidiarlo" potreste dirmi.
E sticazzi, vi risponderei.
Scambierei i rompimenti di coglioni di quelle scimmie arricchite che ho per clienti con ogni singolo istante della sua vita passata a smistare la posta e a grattarsi il culo, anche adesso.
Finalmente qualcuno si degna di arrivare al citofono.

- Chi è?

Ha risposto la segretaria dell'amministrazione, la riconosco da tono strascicato della voce. L'unica persona che io conosca che riesce a modulare tre toni durante una sola vocale.

- Guardia di Finanza, signora. Dobbiamo controllare la regolarità di tutti i software installati sulle vostre macchine, apra.

Silenzio.

- Maria, cazzo, sono Dario. Apri che è tardi!

La serratura ronza, spingo il portone e sono dentro. Potrei prendere le scale ma aspetto l'ascensore per controllare la riga sulla guancia allo specchio. E' ancora perfettamente al suo posto, nitida come il solco tra le chiappe della tizia di prima.
Si fotta. Si fotta lei e si fotta chiunque me lo farà notare.
La porta scorre alle mie spalle mentre sono ancora impegnato a controllare i segni del risveglio traumatico sulla mia faccia. Appoggio le spalle sulla porta esterna, respiro profondamente e ruoto facendo perno sul piede mentre spingo la maniglia della porta. E' fatta, sono dentro.
Maria mi aspetta davanti alla porta. Ai suoi tempi dev'essere stata una bella ragazza, ma i suoi tempi sono passati da un pezzo.

- Fabio ti aspetta nel suo ufficio, datti una mossa.

La frase sarebbe già spiacevole in sè e ascoltarla dalla sua voce nasale la rende ancoa più fastidiosa, ma quantomeno mi stimola a correre il più velocemente possibile verso il patibolo.
Appena entrato nell'ufficio del capo è subito chiara l'aria che tira. La faccia da bracco di Fabio è più tirata del solito, mentre scribacchia qualcosa sull'agenda.

- Ah, sei arrivato! Accomodati, ti devo parlare di un paio di cose.

Mi avvicino alle sedia, mi puntello con le mani sui braccioli e mi lascio scendere lentamente.

- Certo Fabio, scusami se ho..

- Zitto e ascolta. Sai bene che non è un periodo roseo per l'agenzia. I clienti stanno tirando i remi in barca e per il prossimo anno prevediamo una drastica riduzione del fatturato. Sai anche che in questi anni abbiamo imparato a conoscerci e che non prenderei certe decisioni a cuor leggero, quindi non pensare che quello che sto per dirti mi faccia felice.

Sta per mettermelo in culo è più che chiaro e stranamente sto fremendo per sapere come lo farà.

- Il tuo contratto scadrà a fine mese e insomma..

Fa una pausa, accende una sigaretta e prosegue.

- Abbiamo deciso di sostituirti con due stagiste per contenere i costi. Non mi fa piacere dirtelo, perchè sai che l'agenzia è come una famiglia, ma non ho altra scelta. Da fine mese, purtroppo non lavorerai più con noi.

Famiglia un cazzo, pezzo di merda. Ti ci vorrei vedere a sostituire tuo figlio con due stagiste. Ma in effetti, conoscendolo, non mi sorprenderei più di tanto se lo facesse, ammettendo ovviamente che le due stagiste siano giovani, carine e disponibili.
Riesco a trattenere una smorfia.

- Hm. Immagino che non ci sia alcuno spazio per contrattare, vero?

- No, non ce n'è. Purtroppo la decisione è presa. Resta da chiudere l'evento che abbiamo in programma per il prossimo weekend e poi potrai considerarti libero.

- Beh, certo, l'evento del prossimo weekend. C'è ancora molto lavoro da fare, vero?

- Assolutamente sì. Ma sarà stimolante, vedrai. Un'occasione per salutarci come si deve, con lo stile che ci contraddistingue, ormai lavori qui da anni, sai come lavoriamo.

Scompongo in sillabe la frase "Gran pezzo di merda" e me le faccio rotolare in testa. "Gran-pez-zo-di-mer-da". Respiro. Sorrido. Mi alzo dalla poltroncina e faccio qualche passo verso la porta.

- Ci sarà sicuramente da lavorare molto. E l'agenzia farà un'ottima figura come sempre.

Quando sono ormai arrivato al corridoio concludo

- Che altro posso dire, se non augurarvi di fare un buon lavoro?

Mi lascio alle spalle un "Ma" interdetto mentre attraverso il corridoio per l'ultima volta.

lunedì 30 maggio 2011

I pensieri della tazza.

L'amore felice e sereno mica mi ha mai convinto. 
L'amore è nostalgia, è inconciliabilità, è desideri lasciati a metà, è rincorsa ed è cadere mentre si rincorre. E' rialzarsi, inciampare, arrivare vicini. 
Poi perdersi. 
L'amore felice e sereno, no, non mi ha mica mai convinto.

mercoledì 6 aprile 2011

Scazzi, pigrizie, scuse e cuscini.

Capita, anche spesso, di avere diverbi con le persone che si conoscono. Capita meno spesso che succeda di avere degli scontri molto più accesi che vanno a toccare punti fondamentali, come possono essere le visioni della vita di ognuno, le proprie aspirazioni, i propri modelli comportamentali, le proprie mille idiosincrasie impossibili da correggere perchè fanno parte di noi stessi.
Capita, anche spesso, che durante questi battibecchi vengano fuori le persone per come sono realmente, senza i filtri che il quieto vivere impone, senza l'ovatta del vogliamoci bene a tutti i costi, senza le censure del "non dico per non perderti". E capita che venga fuori la verità relativa a ciò che ognuno pensa dell'altro.
Successivamente, capita che si interrompano i contatti con quelle persone perchè si è scoperto che sussistono differenze talmente epocali che una convivenza ulteriore risulterebbe basata su niente che non sia ipocrisia e rifiuto di vedere la realtà.
Poi, nella migliore delle ipotesi, questo stato di separazione si prolunga per mesi, anni, lustri, vite.
A volte, invece, capita che si decida per pigrizia, per poco spirito di iniziativa, per assoluta mancanza di orgoglio personale e considerazione degli altri, di riallacciare i rapporti supponendo che uno "scusa" possa funzionare da malta per tenere insieme due mattoni che hanno facce incompatibili tra di loro e che, senza aiuti, non farebbero altro se non continuare a scivolarsi addosso reciprocamente.
Alla luce di questi fatti, nel momento in cui non accettiamo delle scuse dovremmo sentirci le persone più corrette e giuste del mondo, perchè stiamo evitando a noi stessi e agli altri la patetica pantomima del fingere di avere dimenticato ciò che è stato detto, ciò che è stato fatto, ciò che siamo, ciò che gli altri sono.
Quando qualcuno accetta le vostre scuse, non ringraziatelo.
Vi sta solo usando come cuscino per la sua pigrizia.

domenica 23 gennaio 2011

Freud si sarebbe divertito un sacco


Mi ritrovo catapultato in una stazione ferroviaria, senza avere la più pallida idea di quali siano i punti estremi del tragitto ma con un biglietto in mano e la consapevolezza di trovarmi al primo binario e di dover raggiungere un treno che partirà da qui a poco dal binario numero trentasei.
Trascino il trolley a velocità siderali, le ruotine di plastica incespicano, scivolano, sembro un autotreno posseduto dal demonio mentre percorro in controsterzo dei corridoi che man mano smettono di somigliare a quelli di una stazione e iniziano ad avere l'aspetto di quelli di un supermercato, scansando con manovre agili frotte di gente distratta che osserva gli scaffali.
E imprecandogli contro.
Chiedo lumi a una guardia giurata sul come arrivare al binarionumerotrentasei e il nerboruto figuro blu vestito mi indica un'uscita di sicurezza garantendomi che uscendo dalla stazione avrei percorso una scorciatoia che mi avrebbe fatto risparmiare un'infinità di tempo e grazie alla quale sarei riuscito a salire sul treno in tempo.
Sbuco dalla doppia porta metallica in un dedalo di chalet in legno carbonizzati ma strutturalmente integri, costruiti con dei lunghissimi mezzi tronchi con la parte arrotondata rivolta verso l'esterno, circondati da una stradina fangosa non più larga di mezzo metro che gli scorre intorno come fosse malta intorno a dei mattoni.
Maledico la guardia giurata e corro trascinando il trolley sempre più faticosamente. Le rotelle affondano nel fango e ormai sto scavando un lungo solco dietro di me con il corpo della valigia, mentre giro curve di novanta gradi intorno alle costruzioni di legno annerite e butterate dal fuoco finchè, arrivato all'ennesimo incrocio a T, scivolo sul fango nero.
Mentre cerco di rimettermi in piedi scorgo una figura di donna, completamente nuda e sporca di fango, i capelli lisci e sporchi, lunghi fino al bacino, che corre verso di me venendo dal vicolo alla mia destra con un'andatura meccanica e veloce come un centometrista afroamericano, il busto rigido, le ginocchia alte, le braccia che fendono l'aria e un'accetta in mano.
La vedo avvicinarsi mentre cerco di rimettermi in piedi, ormai è a una decina di metri da me.
Cinque metri.
Due metri.
Un colpo d'accetta mi colpisce in pieno volto.
Urlo.
Mi sveglio.