domenica 19 giugno 2011

Due.


Torno in strada accompagnato da un grappolo di sensazioni contrastanti. Nelle ultime ventiquattro ore ho perso il lavoro e sono stato scaricato come un'automobile incidentata e troppo costosa da riparare. Eppure.
Eppure anche se avrei tutte le ragioni per essere vittima di un attacco di depressione con annessi tentativi di suicidio non riesco a cedere al pessimismo, anzi ho l'impressione che tutti i pezzi stiano andando al loro posto, lentamente, seguendo traiettorie improbabili.
L'aria è calda, il cielo è limpido e una rara brezza lombarda mi porta un certo odore di primavera inoltrata alle narici, che riesce a filtrare tra i gas di scarico e la puzza di piscio. A ben vedere è un discreto risultato, rispetto agli standard olfattivi di questa città.
Mi sento fortunato, sì. Probabilmente è solo la conseguenza dello shock, ma mi sento fortunato. In fondo, parlando tra me e me continuo a ripetermi che se tutto fosse ancora come era qualche giorno fa, in questo momento sarei chiuso in una stanza a fare i conti con mail senza volto, telefoni che squillano, un monitor e una vita frustrante, mentre invece trotterello guardando stoffe leggere che si incollano su corpi di donne a passeggio e rivelano le forme che gli scivolano sotto come muscoli a contatto con la pelle.
Respiro sentendo il sole sul viso e quella strana sensazione sulla pelle che ti danno le braccia scoperte ai primi caldi.
Passo dopo passo si fa sempre più forte la convinzione di non essere stato lasciato a casa, di non essere stato lasciato solo.
Sono stato lasciato libero.
Il risentimento continua a fare capolino tra un sussulto del cuore e l'altro, e a volte ringhia furiosamente, ma il senso di non appartenenza a nulla e a nessuno tranne che a me stesso è troppo vivo e splendente perchè possa cedere all'odio. 
Avrò tempo per farlo, sono certo che succederà, ma non qui, non adesso. Adesso ci siamo io, il vento, il sole e la vita.
E' sorprendente vedere quanta vita possa esserci al mondo, mentre noi buttiamo via la nostra per far crescere i fatturati di altra gente.
Tengo lo sguardo alto e bevo ogni persona, le assaporo una per una, le punto da lontano e le seguo mentre si avvicinano e a volte spariscono dentro un portone o vengono inghiottite da un negozio. Altre volte mi passano accanto, ma sono tutti là a zonzo, sovversivi nel loro non contribuire al mito barbaro della produttività.
Entro in libreria e mi derubo di un po' di tempo bighellonando tra gli scaffali. Faccio scivolare i titoli sotto agli occhi, salto dai classici ai manuali di cucina indonesiana, sfoglio libri di fotografia e di architettura, poi prendo una raccolta di poesie dell'inizio novecento russo.
Mi avvio alla cassa, pago e mi dirigo verso un posto dove poter leggere in pace, all'ombra. Ci lasciamo trasportare dall'ispirazione, io e il mio libro, finchè non incontriamo un piccolo parco accanto a un naviglio dove gli alberi mi riparano dal sole ancora alto e, a parte qualche anziano che vaga senza una meta apparente e un ragazzo che porta a passeggio il suo cane, la tranquillità è assicurata.
Scelgo una panchina a caso e inizio a masticare versi, quando ecco che si ferma e sfila i sandali con un gesto grazioso come quello di una gatta che si lustra il capo con la zampa. 
La vedo per caso, alzando lo sguardo tra il voltare di una pagina e l'altro e mentre la guardo immagino che il sole di quel pomeriggio di un giorno di primavera inoltrata le stia permettendo di illudersi che quella attorno a lei non sia Milano.
Minuta, ha indosso una blusa troppo larga per rivelarmi il seno e pantaloni troppo corti per nascondermi quelle gambe tanto chiare che sembra non abbiano mai visto il sole. Posa i piedi sulla striscia di porfido che si snoda lungo il fianco del naviglio e riprende ad assaporare lo scorrere di ciascun metro, mentre passo dopo passo diventa sempre più piccola. Osservo i suoi capelli che ondeggiano, raccolti sopra la nuca come fossero il getto di una fontana e sono certo che debba esserci un motivo per seguirla fino in capo al mondo. Eppure, non lo trovo. 
Quando sparisce seguendo la piega del corso d'acqua so che non la rivedrò mai più, ma non mi interessa farlo. E sorrido. Forse è così che dovremmo vivere, senza chiedere nulla in cambio, senza aspettarci nulla se non quello che stiamo vivendo, dovremmo vivere la vita come un pasto saporito, concedendoci il lusso di gustare ogni singolo boccone senza pensare al successivo. Chiudo il libro e mi guardo intorno mentre un anziano affacciato alla balaustra tiene una canna da pesca in mano e aspetta che qualcosa faccia tirare la sua lenza. Penso che molto probabilmente non sarà un pesce e che, seppure lo fosse, ci penserei su prima di mangiarlo.
Rimetto il libro nello zaino, apro la tasca esterna e tiro fuori il sacchetto del tabacco, sfilo una cartina e arrotolo una sigaretta con gli ultimi rimasugli rimasti sul fondo, la accendo e mi metto a camminare verso casa. 
Il sole inizia a scendere anche se la giornata è ancora luminosa, mentre infilo gli auricolari nelle orecchie e faccio partire a caso la riproduzione. 
La sensazione di leggerezza che avevo provato nelle ore precedenti sta iniziando a svanire e non voglio che si dissolva del tutto, non prima che io sia riuscito a rinchiudermi in un posto familiare. Mi affretto attraverso le aiuole e poi in mezzo alla scacchiera di palazzi attraverso la quale scorre il corso d'acqua, diretto verso la fermata più vicina, aspetto il primo autobus utile e ci sguscio dentro.
Il mezzo è quasi vuoto e il tragitto potrebbe anche non risultare spiacevole se non fosse per un gruppo di ragazzetti che fanno cagnara, seduti nella fila di sedili in fondo. Tre maschi e una ragazza. Due di loro, vestiti da parodia di un qualche idiota di MTV con la cintura che tiene su le chiappe dal basso, stanno vantando presunte imprese erotiche anche se probabilmente non gli sono ancora cresciuti i peli sul pube. L'altro ragazzino, vestito da coglione anche lui, è impegnato a infilare la lingua in bocca a quella che suppongo debba essere la sua compagna, una tizia in fondo carina ma troppo truccata per la sua età, troppo attillata, troppo scoperta. Un'esca per pedofili. Cerco di fargli arrivare la mia occhiata di disprezzo ma sono troppo occupati a insultare la dignità della razza umana per accorgersene.
Bofonchio pensando al fatto che dovranno, un giorno, pagare la mia pensione, li bollo come embrioni sottratti alla ricerca sulle cellule staminali, e torno a farmi i fatti miei mentre B.B.King spiega la sua visione della coppia a un pubblico vociante a non più di un centimetro dai miei timpani. 
Lascio che mi scorrano davanti agli occhi dei cartelloni pubblicitari da denuncia, seguo con lo sguardo qualche culo che cammina sul marciapiedi, mi sistemo i boxer tirandoli verso il basso per evitare che mi strozzino i testicoli e nel frattempo mi rendo conto di essere arrivato alla mia fermata.
Scendo a poche decine di metri di distanza dal portone di casa proprio quando l'ebbrezza sta quasi definitivamente sfumando. Divoro la distanza con passi lunghi, le gambe tese e il busto dritto pensando che se mi vedessi dall'esterno probabilmente ridacchierei e mi darei del coglione per quella camminata. Sappiamo essere sempre molto crudeli con chi non conosciamo.
Cancello, cortile, portone, ascensore, porta di casa e finalmente posso sprofondare. Svuoto con calma le tasche, avvolgo il filo delle cuffie, tolgo il libro dallo zaino e lo lancio sul letto. Mi verso qualcosa da bere senza stare troppo a pensarci sopra e ne prendo una sorsata.
L'alcol che scende lungo la gola mi dà un sussulto. Forse è ancora troppo presto per il whiskey, infatti svuoto il bicchiere d'un fiato per non doverci più pensare e ne riempio un altro per ogni evenienza.
E' ancora tutto troppo silenzioso, quindi cerco un disco, possibilmente qualcosa di movimentato, ma appena parte la musica iniziano i flashbacks. Ogni disco finisce per ricordarmi qualcosa, ma ormai è troppo tardi per zittire tutto e resto a massacrarmi seduto sul divano. 
Mi tornano in mente scopate, viaggi in macchina, un cappello di paglia comprato l'estate precedente, profumo di pollo alla cacciatora, suoni di risate, gemiti, spezzoni di dialoghi, promesse, promesse, promesse.
Il mento vibra, le labbra si serrano, il petto si gela e si riscalda e poi si svuota e poi si riempie e via andare. Sto piangendo e neanche me ne sono accorto, ma in fondo i nervi hanno retto anche troppo a lungo, di certo più a lungo di quanto non mi aspettassi. Ora dovrò vedere di farci i conti. La mia gatta nel frattempo si è svegliata, chissà dove si era infilata a dormire,  è salita sul letto stiracchiandosi, poi si è sdraiata e si è rigirata sulla schiena. Mi guarda con gli occhi mezzi chiusi, con l'espressione che fa quando vuole essere coccolata. Mi sdraio su un fianco accanto a lei mentre continuo a vibrare in silenzio, quando mi si fa vicino alla faccia con un "mieu", struscia il capo sul mio mento e mordicchia leggermente la zona sulla quale si è strusciata. La abbraccio, le poggio le labbra sulla testa e sento il pelo morbido che mi solletica, le carezzo la pancia con il naso, nel frattempo cerco di mantenermi lucido e di ragionare.
Questo posto non fa più per me. La casa è impregnata di ricordi e di aspettative e il fatto che non potrei restarci ancora è di una ovvietà lampante. Ci sono entrato insieme a lei, l'ho inaugurata insieme a lei, ci ho vissuto insieme a lei ed è ancora piena dei suoi oggetti, dei suoi libri, dei suoi vestiti.
Quegli oggetti che la circonderanno quando sarà con qualcun altro, quei libri dei quali parlerà a qualcun altro, quei vestiti che toglierà davanti a qualcun altro. Devo andare via da qui al più presto, ma dove?  Snocciolo i pensieri e li rigiro in mente come fossero le perline dei rosari che certe vecchie ammuffite inginocchiate sui banchi di una chiesa tormentano con le mani mentre borbottano paternoster, quando mi diventa d'un tratto tutto chiaro e non capisco come avessi fatto a non capirlo prima. Mantenevo in vita una relazione con una donna che era lungi dall'essere perfetta, una persona che avevo deciso dovesse essere la mia anima gemella ma che adesso era evidente che non lo fosse. A volte le illuminazioni arrivano dal nulla, come certe frane hanno origine da un solo albero sradicato. Pensavo di aver trovato l'anima gemella a qualche chilometro da casa mia, su un pianeta che conta sette cazzo di miliardi di persone, svariati continenti e un numero imprecisato di nazioni. Ma più probabilmente la mia anima gemella, in questo preciso istante, sta saltando su una mina in Afghanistan o sta venendo violentata da un collega del mio capo, andato con la sua giacca, la sua cravatta e la sua valigetta a cercare la sua libertà nel bordello di uno degli infiniti buchi del culo della terra. 
E forse queste sono alcune tra le opzioni più consolanti, perchè una delle alternative possibili è che proprio adesso, proprio in questo preciso istante, la mia anima gemella stia cagando figli con l'anima gemella di terza scelta della quale, come io stesso stavo rischiando di fare, si è accontentata.
La decisione era presa e la sensazione di libertà che avevo provato in precedenza era ritornata accresciuta.
Ero libero, potevo partire.

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