domenica 19 giugno 2011

Uno.


Il palco è dritto davanti a me. Un rombo di legno laminato ricoperto da moquette dozzinale tenuta insieme con una fila di chiodi, regolare come la dentatura di un senzatetto settantenne.
Muddy Waters sta suonando la chitarra e cantando mentre il pubblico si dimena. Nonostante tutto sembri decisamente reale mi rendo conto che quel concerto lo sto sognando, sia perchè il buon Muddy è cadavere da un pezzo, sia perchè mentre la band suona tre minorenni seminude si stanno contendendo il mio cazzo con la bocca.
Muddy Waters.
Strizzo gli occhi e le ninfette spariscono insieme al palco e a tutto il resto.
Il blues rimane.
Cerco di aprire gli occhi ma le palpebre sono incollate e mi servono tre tentativi per riuscire a intravedere il monitor del pc che illumina la stanza.
La sveglia non ha ancora suonato, quindi siamo nel cuore della notte o quantomeno dalle parti dell'alba.
Ma il blues c'è ancora e sento ancora la voce di Muddy Waters, cazzo.
Strizzo ancora gli occhi e riesco a collegare finalmente il suono che sento alla suoneria del cellulare.
Qualche stronzo mi sta chiamando nel cuore della notte.
Allungo il braccio e tasto il pavimento accanto al letto facendoci strisciare le dita sopra. Identifico al tatto un discreto strato di polvere, qualche detrito più corposo che classifico come tabacco caduto per terra, due o tre peli e alla fine sbatto contro il telefono che scivola una decina di centimetri più in là.
Adesso, da sdraiato, è irraggiungibile.
Grugnisco e cerco di mettermi seduto sul bordo del letto mentre quel bastardo non smette di squillare.
Mi stropiccio gli occhi con la destra e allungo il braccio sinistro verso il cellulare con un lamento. Sul display lampeggia una scritta.
"Fabio", il mio capo.
Faccio scivolare lo schermo verso l'alto e rispondo alla chiamata cercando di mascherare il tono di voce da oltretomba.
Fallisco.

- Oddio, stavo dormendo, che cazzo è successo? Perchè mi chiami a quest'ora di notte?

- Notte? Macchè notte, coglione! E' mezzogiorno passato, vuoi deciderti a venire al lavoro o dobbiamo aspettarti ancora per molto?

Da come aveva scandito "coglione" risultava chiaro che non avesse gradito la mia sorpresa, così come era ormai chiaro che la sveglia aveva effettivamente suonato e che io avevo schiacciato il tasto per zittirla del tutto invece del canonico snooze.

- Cazzo... Cazzo! Non ha suonato la sveglia, non so cosa sia successo, sto arrivando!

Clic.

Il tono al telefono era quello del "ti spacco il culo appena entri in agenzia", quindi non perdo tempo e scatto verso la porta del bagno mentre calcio le scarpe fuori dalla camera da letto per avvicinarle alla porta e acchiappo al volo i vestiti che ho tolto la sera prima.
La gatta sgrana gli occhi, si stiracchia e senza pensarci un attimo mi corre dietro, infilandosi tra le mie caviglie a metà falcata. Bestemmio preventivamente e inciampo per non farle male, poi sbatto la tempia contro la porta.
Bestemmio di nuovo.
Lavo sommariamente i denti, cerco di dare una forma ai capelli infilandoci una mano in mezzo, ma mi arrendo al secondo tentativo.
Mi lascio scivolare dentro ai vestiti, svuoto una scatoletta nella ciotola di Matilde ed esco. Non ho neanche cambiato i boxer ma non ho in programma di scopare, quindi me ne dimentico in fretta.

L'ascensore è al mio piano, mi ci infilo e approfitto della discesa per darmi un'occhiata allo specchio. La riga del cuscino sembra una di quelle cicatrici che sfoggiano gli immigrati meno raccomandabili. Cerco di farla andare via massaggiandola con le dita ma è troppo profonda. Se ne andrà da sola.
Salto su un autobus mezzo vuoto e scendo dopo due fermate per infilarmi in metropolitana e percorrere il ventre di Milano per qualche chilometro.
Supero il tornello, scivolo su un'altra sequela di gradini fino ad arrivare alla banchina. Il prossimo treno arriverà tra due minuti.
Osservo i cartelloni pubblicitari fingendo interesse, poi passo a studiare la mappa dei trasporti pubblici finchè il vagone non arriva, fracassandomi le orecchie, e vomita un fiotto di fighetti vestiti da cazzoni, cazzoni vestiti da fighetti, giapponesi e modelle simil anoressiche che vanno a spargersi sulla banchina della stazione. Sembra il conato indifferente di un gatto che si libera lo stomaco dai peli.
Mentre cerco di consolarmi pensando che il treno provi la mia stessa indignazione davanti a quel cabaret di maschere, tiro il fiato e mi incastro in mezzo al groviglio di arti sudati che lotta per non farsi espellere prima del tempo, con il gomito di un manager conficcato nel plesso solare e il non-so-cosa di non-so-chi che cerca di scardinarmi una vertebra dalla schiena.
Mi spengo. Il sonno non è ancora svanito del tutto, il che mi conferisce un certo grado di insensibilità al dolore, e in quella posizione sono abbastanza compresso da risultare stabile, almeno finchè il manager o il non-so-chi non decideranno di di scendere o di spostarsi in cerca di ossigeno.
Conto le fermate e alla quarta apertura delle porte ricambio il favore al manager e al ladro di vertebre, piazzando una spallata nella schiena dell'uno e un tallone nello stinco dell'altro mentre scendo.

- Ma che modi sono, faccia attenzione!

Fottiti.

Calpesto il linoleum nero mentre mi lascio spingere verso l'uscita da un plotone rumoreggiante di turisti in birkenstocks e calzini bianchi.
Li osservo mentre trotterellano e mi passano oltre.
Indossano la divisa d'ordinanza delle vittime dei borseggiatori.
Strascico i piedi verso la scala mobile chiedendomi quale possa essere il motivo che spinge questi signori di mezza età ad adottare un atteggiamento così ingenuamente autolesionista, esibendo senza timore il loro status di turisti.
Mi spiego meglio. Se fossi un ladro di sani principii e vedessi un sessantenne tedesco in camicia a maniche corte, mutandoni, calzini e sandali, con una macchina fotografica da mille euro appesa al collo, non credo che avrei il benchè minimo dubbio su chi sarà la mia prossima vittima.
Il fatto che persone così non si siano ancora estinte (o abbiano quantomeno optato per vestirsi diversamente) mi suggerisce due opzioni: o i ladri di sani principii si sono estinti prima delle loro vittime oppure c'è qualcosa che mi sfugge all'interno delle dinamiche del borseggio.
Mentre salgo le scale mobili abbandono le mie divagazioni criminali e, come ogni giorno, guardo il prisma di plastica bianca sul quale è scritta, in grossi caratteri neri, la frase "TENERE LA DESTRA" e, come ogni giorno, la mia mente trasforma il “tenere” in un “temere” e lo affianca a “la destra”. Temere la destra.
Io, come ogni giorno, sorrido

Il culo della tizia di fronte a me allieta la risalita verso la luce. Al livello di approfondimento al quale mi è dato di conoscerlo, rasenta la perfezione. Il posto dal quale Dio cagherebbe, se mai avesse bisogno di farlo.
Stretto in una gonna di tailleur nera, tondo come un'anguria, alto come la torre Eiffel, mi sventola all'altezza degli occhi e non posso fare a meno di fissarlo.
Quando sbuco in piazza San Babila ormai lo conosco centimetro per centimetro.
Purtroppo la proprietaria delle natiche scansa una vecchia con una schivata di aikido e si dilegua verso via Montenapoleone con passo isterico, mentre io la seguo con lo sguardo.

- Giovanotto, faccia attenzione a dove cammina, per l'amor di Dio!

Mesmerizzato dal culo non mi sono accorto che la vecchia si era guardata bene dal muoversi di un passo e continuava a dondolare la testa a destra e a sinistra per orientarsi. Sembra uno di quei cani che qualcuno ancora si ostina a tenere in auto, sul pannello vicino al lunotto posteriore. Mi fa pena e decido di non mandarla a fanculo, anche se il secondo "Faccia attenzione" della giornata mi sta già provocando un attacco di colite fulminante.

- Mi scusi signora, ha ragione, ero distratto.

- Non è mica un buon motivo! E se mi avesse rotto un femore? Mi avrebbe detto che era distratto? La gente dovrebbe fare attenzione a come cammina, non avete più..

Il secondo "Faccia attenzione" è sopportabile. Il terzo, anche se parafrasato, non lo è.

- Nonna, vai a farti fottere anche tu, se ti avessi rotto un femore avrei aiutato il mondo a liberarsi di una rompicoglioni.

Mi lascio la vecchia ammutolita dietro le spalle insieme al resto della folla, giro l'angolo e cammino più spedito che mi riesce verso il portone dell'agenzia.
Più spedito che posso in questo caso va tradotto con "più spedito che posso, nonostante sia sveglio da venti minuti e non abbia preso ancora un caffè", cosa che implica l'inciampare sui miei stessi piedi ogni cinque passi, il che mi conferisce un'andatura sinusoidale che a vedere dall'esterno attribuirei a un ubriaco.
Suono il citofono e aspetto che qualcuno mi risponda. Il portiere è sparito nel nulla e il portone è chiuso. Stronzo di portiere, non fa un cazzo dalla mattina alla sera, vive a due passi dal Duomo e probabilmente guadagna quanto me.
"Ma lui fa un lavoro che potrebbe fare anche una scimmia, mentre tu fai un lavoro di concetto, sei un creativo, non dovresti invidiarlo" potreste dirmi.
E sticazzi, vi risponderei.
Scambierei i rompimenti di coglioni di quelle scimmie arricchite che ho per clienti con ogni singolo istante della sua vita passata a smistare la posta e a grattarsi il culo, anche adesso.
Finalmente qualcuno si degna di arrivare al citofono.

- Chi è?

Ha risposto la segretaria dell'amministrazione, la riconosco da tono strascicato della voce. L'unica persona che io conosca che riesce a modulare tre toni durante una sola vocale.

- Guardia di Finanza, signora. Dobbiamo controllare la regolarità di tutti i software installati sulle vostre macchine, apra.

Silenzio.

- Maria, cazzo, sono Dario. Apri che è tardi!

La serratura ronza, spingo il portone e sono dentro. Potrei prendere le scale ma aspetto l'ascensore per controllare la riga sulla guancia allo specchio. E' ancora perfettamente al suo posto, nitida come il solco tra le chiappe della tizia di prima.
Si fotta. Si fotta lei e si fotta chiunque me lo farà notare.
La porta scorre alle mie spalle mentre sono ancora impegnato a controllare i segni del risveglio traumatico sulla mia faccia. Appoggio le spalle sulla porta esterna, respiro profondamente e ruoto facendo perno sul piede mentre spingo la maniglia della porta. E' fatta, sono dentro.
Maria mi aspetta davanti alla porta. Ai suoi tempi dev'essere stata una bella ragazza, ma i suoi tempi sono passati da un pezzo.

- Fabio ti aspetta nel suo ufficio, datti una mossa.

La frase sarebbe già spiacevole in sè e ascoltarla dalla sua voce nasale la rende ancoa più fastidiosa, ma quantomeno mi stimola a correre il più velocemente possibile verso il patibolo.
Appena entrato nell'ufficio del capo è subito chiara l'aria che tira. La faccia da bracco di Fabio è più tirata del solito, mentre scribacchia qualcosa sull'agenda.

- Ah, sei arrivato! Accomodati, ti devo parlare di un paio di cose.

Mi avvicino alle sedia, mi puntello con le mani sui braccioli e mi lascio scendere lentamente.

- Certo Fabio, scusami se ho..

- Zitto e ascolta. Sai bene che non è un periodo roseo per l'agenzia. I clienti stanno tirando i remi in barca e per il prossimo anno prevediamo una drastica riduzione del fatturato. Sai anche che in questi anni abbiamo imparato a conoscerci e che non prenderei certe decisioni a cuor leggero, quindi non pensare che quello che sto per dirti mi faccia felice.

Sta per mettermelo in culo è più che chiaro e stranamente sto fremendo per sapere come lo farà.

- Il tuo contratto scadrà a fine mese e insomma..

Fa una pausa, accende una sigaretta e prosegue.

- Abbiamo deciso di sostituirti con due stagiste per contenere i costi. Non mi fa piacere dirtelo, perchè sai che l'agenzia è come una famiglia, ma non ho altra scelta. Da fine mese, purtroppo non lavorerai più con noi.

Famiglia un cazzo, pezzo di merda. Ti ci vorrei vedere a sostituire tuo figlio con due stagiste. Ma in effetti, conoscendolo, non mi sorprenderei più di tanto se lo facesse, ammettendo ovviamente che le due stagiste siano giovani, carine e disponibili.
Riesco a trattenere una smorfia.

- Hm. Immagino che non ci sia alcuno spazio per contrattare, vero?

- No, non ce n'è. Purtroppo la decisione è presa. Resta da chiudere l'evento che abbiamo in programma per il prossimo weekend e poi potrai considerarti libero.

- Beh, certo, l'evento del prossimo weekend. C'è ancora molto lavoro da fare, vero?

- Assolutamente sì. Ma sarà stimolante, vedrai. Un'occasione per salutarci come si deve, con lo stile che ci contraddistingue, ormai lavori qui da anni, sai come lavoriamo.

Scompongo in sillabe la frase "Gran pezzo di merda" e me le faccio rotolare in testa. "Gran-pez-zo-di-mer-da". Respiro. Sorrido. Mi alzo dalla poltroncina e faccio qualche passo verso la porta.

- Ci sarà sicuramente da lavorare molto. E l'agenzia farà un'ottima figura come sempre.

Quando sono ormai arrivato al corridoio concludo

- Che altro posso dire, se non augurarvi di fare un buon lavoro?

Mi lascio alle spalle un "Ma" interdetto mentre attraverso il corridoio per l'ultima volta.

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