mercoledì 30 novembre 2011

Le tende arancio.


Alice avvicinò i bordi delle tende verso il centro della finestra e il bianco della luce della mattina sfumò in un arancio diffuso che ammorbidiva i contorni degli oggetti.
Dal canto mio, stavo rigirando tra le dita l’ultima sigaretta del pacchetto in attesa del momento in cui avrei potuto accenderla senza pensare di averla sprecata.

- Ti stai vedendo ancora con lo scemo? – le chiesi, più per interrompere il silenzio che non perché mi interessasse veramente.

- Ti sarei grata se smettessi di chiamarlo così. Enrico è un ragazzo meraviglioso e se c’è qualcosa che non va tra me e lui è solamente colpa mia… - Si interruppe un istante, come se ci fosse qualcosa che le sfuggiva, poi riprese - …e tua, visto che sei tu quello nudo nel mio letto.

Non risposi. Faceva sempre così. Avrebbe preferito strapparsi la pelle di dosso piuttosto che ammettere che quel tizio era un idiota. Era un qualcosa che non riuscivo a spiegarmi, nonostante non si possa dire che non ce la mettessi tutta per farlo.
Alice era una ragazza di quelle che ne trovi poche, con il nero naturale dei suoi capelli, il suo taglio di occhi vagamente orientale, un certo buon gusto musicale e due tette quarta misura che stavano su beffarde, dure come una noce di cocco e vere come è vero che il Papa è cattolico.
Aveva sempre un buon odore, dappertutto. E quando dico “dappertutto” intendo dappertutto, perché non c’era un angolo di quel corpo che non avessi assaggiato e ognuno di questi aveva il sapore degli angeli. Non ho mai capito come facesse, ma aveva il buco del culo più delizioso che avessi mai conosciuto, una roba da nouvelle cuisine. Probabilmente ci infilava boccette di profumo quando nessuno la vedeva o che cazzo ne so. Non ero particolarmente interessato alle cause, preferivo gustarne gli effetti.

- Hai sempre questo tono di superiorità quando ne parli, ma pensi davvero di essere migliore di lui? E allora dimmi, perché sto insieme a lui e non insieme a te?

Posai il pollice sulla rotella dell’accendino, incastrai un’impronta digitale sulla zigrinatura, la tirai verso di me e accesi la sigaretta. La prima boccata della mattina mi riempì i polmoni e poi uscì dal naso insieme alla risposta, lentamente e spandendosi nell’aria. Sorrisi.

-Non lo so, in effetti. Ma so che ti fai scopare da me ogni volta che puoi.

Sapeva che avevo ragione e si limitò darmi un buffetto sulla fronte e a togliermi la sigaretta di mano mentre si infilava sotto le lenzuola camminando a quattro zampe come una gatta. Sbuffò via il fumo con un sospiro, si mise seduta con le spalle poggiate sulla testata del letto, le ginocchia strette contro i capezzoli.

-Ti ho già detto che è colpa mia, cosa vuoi ancora? Mi faccio schifo ogni volta che esci da questa casa e lo sai. E anche se lo sai, ci torni sempre…

Mi ripresi la sigaretta, ormai si era consumata per più di metà ed era l'ultima.

-E tu mi fai entrare ogni volta che te lo chiedo.

Puntai i gomiti sul materasso, sollevai i piedi e ruotai finché non mi trovai seduto sul bordo del letto, il pavimento era caldo sotto i piedi nudi e andai verso la cucina in cerca di qualcosa da bere.

-E ora dove stai andando? – chiese Alice come se aspettasse una qualche risposta a una domanda che non avevo sentito.

-Hai da bere da qualche parte? Te ne porto un bicchiere se vuoi.

-Cristo! Sono le undici di mattina… Deve esserci una bottiglia nel solito posto, apri l’anta sopra la cucina… – si fermò un istante – …e sì, porta due bicchieri.

Il vino era sempre nel solito posto e non c’era un giorno in cui mancasse. Alice non era una grande bevitrice, non l’avevo mai vista davvero ubriaca, eppure con la costanza di una formica faceva fuori una bottiglia al giorno, mezzo bicchiere alla volta.
Stappai la bottiglia, presi due bicchieri e tornai a sedermi sul letto. Versai fino a riempire metà del primo bicchiere, poi feci lo stesso con il secondo e glielo feci scivolare in mano. Ci guardammo negli occhi mentre i bicchieri si toccavano tintinnando piano, poi poggiammo le labbra sul bordo e lasciammo che il rosso scendesse sulla lingua. Nessuno dei due sapeva a cosa stessimo brindando e nessuno dei due aveva uno straccio di motivo per farlo.

-Almeno tu il cretino ce l’hai, in fondo. – le dissi al secondo sorso – Probabilmente perché sei capace di accontentarti.

-Non iniziare, ti prego. Io non mi accontento di lui, ci sto bene assieme ed è una persona s...

La interruppi subito.

-Lo so che è una persona splendida, lo so. È poco più evoluto di un cercopiteco, ma è un buono ed è qualcuno sul quale puoi fare affidamento. Ti capisco ma ti stai accontentando.

Ero sempre sincero con lei, a volte troppo, ma potevo permettermelo perché era mia amica anche se andavamo a letto assieme. Ero certo che lo fosse perché potevo piangerle addosso, tra una scopata e l’altra, parlandole dei miei disastri amorosi, delle mie relazioni fallimentari, delle donne delle quali mi innamoravo senza speranza almeno una volta al mese, senza che lei ne avesse a male.

-Ti invidio, lo sai. E se non sapessi che se stessimo insieme finiremmo per tradirci senza pietà, potrei invidiare anche lui. Ma io non sono come te, io cerco la perfezione. Oppure preferisco andare avanti a immaginare il Paradiso con ogni donna che mi capita di incontrare per strada.

Mi guardò come fossi un fratello minore un po’ scemo.

-Eppure dovresti trovare qualcuno che si prenda cura di te. Sei sempre più abbandonato a te stesso e sempre più solo. Bevi, scrivi, lavori, scopi.

- Mi fa paura la coppia, lo sai. Non me la sento, ho le ossa fragili e ogni giorno le sento scricchiolare più forte. Mi fanno paura quanto gli aerei, le coppie. Funzionano allo stesso modo, sai che in teoria dovrebbero reggere, ma sai anche che una volta che cascano non ti salvi.


Non mi stava ascoltando. 


-Con chi ti stai vedendo, quando non sei con me? Voglio dire, ci sarà qualcuna con cui hai un rapporto normale, un’amica, una confidente, una persona tranquilla che ti faccia stare tranquillo...

Iniziava a irritarmi e alzai la voce senza davvero volerlo.


- Ma ancora non l’hai capito? Io non voglio stare tranquillo, non voglio la serenità! Non come punto di partenza almeno. Voglio sentire il vuoto dentro, voglio fantasticare su donne meravigliose che non potrò mai meritare e che non sanno neanche che esisto e voglio sognare di poterle avere un giorno, prima o poi. E in quel momento di grazia, in quell’inizio di una pace destinata a durare tutta la vita vorrò confessargli di averle amate dal primo istante in cui le ho viste anzi, che dico, da prima ancora! Da quando ancora ero nulla per loro e loro credevano di essere nulla per me. E pretenderò di leggere uno stupore autentico nei loro occhi, di vederle sciogliersi in un sorriso mentre inizieremo a baciarci tenendoci il volto tra le mani e cercheremo di trattenere la gioia soffocando le risa. Non posso accontentarmi, non posso desiderare nulla di meno.

Non riusciva a capirmi, glielo si leggeva sulle sopracciglia, in quei minuscoli solchi che le si erano creati sulla fronte per un istante.
Mi tirai su, ero ancora nudo. 

-Faccio una doccia prima di andare.

Non sarei mai più tornato.

1 commento:

  1. c'è un premio per te da ritirare sul mio blog!

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